domenica 18 dicembre 2011

Non è un paese Per vecchi. Ma non era un paese Di vecchi…?





Ebbene sì, non siamo noi il paese più vecchio. E qui non si parla di geologia ma di vecchi – di anziani, per essere politically correct. Il Giappone ci batte su tutta la linea. Con una popolazione di 127milioni di abitanti (vs i 60qualcosa dell’Italia) e una percentuale del 22.6% di over 65, il paese del sol levante può a buon diritto definirsi uno dei più grandi covi di vecchiacci su scala planetaria.

I Giappi, si sa, mangiano bene (almeno i vecchi). Poco olio, poca pasta, poco sale. E il loro regime alimentare, insieme a un sistema sanitario efficiente, garantisce aspettative di vita record: dati aggiornati al 2010, 85.8 anni per le donne e 79.4 per gli uomini.

E allora? Questo è un trend diffuso anche in Europa e in generale in tutti i cosiddetti “paesi sviluppati”. Non proprio. Perché in Giappone, a partire dagli anni del boom economico, la struttura sociale e familiare è stata rivoluzionata a tal punto che il paese si trova oggi del tutto impreparato ad affrontare le copiose orde di grinzosi nonnetti.

Ma dove sono tutti gli anziani? A Tokyo non se ne vedono poi tanti. A Osaka e Kobe neppure. Dove si rifugiano questi succhia tasse, questi cospiratori demografici? La risposta è semplice: inaka. Inaka (田舎) in Giapponese significa letteralmente campagna. Ma qui il significato di campagna è un tantino diverso. Per farsene un’idea basta osservare l’immagine qui sotto.




In Giappone sulle montagne non si vive. Perché ci sono gli spiriti (giuro). In città ci stanno i 2/3 della popolazione, tutta bella compressa. E nel resto del paese, in quegli splendidi paesaggi fatti di fior di ciliegio, vette innevate e scogliere sull’oceano, proprio laggiù si rifugiano i nonni del sol levante. I giovani sono davvero giovani, bambini per lo più. I ragazzi invece…beh, quelli appena possono se ne vanno. O sarebbe meglio dire che fuggono urlando. Sì, perché in queste città fantasma popolate da anziani per un ragazzo la vita si fa dura. Posso testimoniare di almeno tre amici americani che vennero spediti by Jet Program in alcune di queste lande della desolazione e in meno di un mese si ritrovarono vittime di fenomeni quali depressione acuta – e – bisogno di civiltà.

Come si pagheranno tutte queste pensioni? Come verrà garantita la crescita economica in un contesto di decrescita demografica? Chi lavorerà visto che in Giappone non ci si vuole affidare all’immigrazione per mantenere la razza pura? 

Ma queste sono domande da economisti. E magari ne parlerò in qualche altro post ma quello di cui vorrei discutere oggi è un altro tema – ovvero – come sono percepiti e accuditi gli anziani in Giappone? In che modo gli sconvolgimenti del sistema familiare hanno reso insostenibile il sostegno domestico degli anziani a favore delle cosiddette case di riposo?

Torniamo al boom economico. Sono gli anni sessanta. Il Grande Giappone (大日本) è inarrestabile. Le città crescono, gli stipendi pure. I Giappi sono potenti, il mondo li rispetta e li teme. Nasce un modello di lavoratore urbano. Un nome destinato a diventare simbolo dell’intero paese. Il mitico, mistico salaryman (サラリーマン). L’uomo del salario. Il colletto bianco, l’impiegato, il kaishyain. In una parola il Giappo tipo. Se c’è uno stereotipo totalmente assodato nell’immaginario collettivo per quanto riguarda il Giappone, quello è di certo il salaryman. Giacca, cravatta dal nodo impeccabile, camicia bianchissima. Occhio vitreo, capelli ormai brizzolati a trent’anni. Se ne sta nel treno, solitario, in piedi appeso, compresso o seduto, non importa. Sta dormendo. Sì perché sono le otto di sera è lui è sveglio dalle cinque di questa mattina. Una vita dura. Una vita di sacrifici. Ma non importa. Perché il paese è forte. La compagnia cresce. E il dovere di un uomo non è verso la propria famiglia (ma figuriamoci), ma verso la propria azienda e il proprio paese.

Il salaryman di fatto non è il giapponese tipo. Se per tipo=tipico si intende quello più diffuso in numero, bisogna ammettere che il giapponese tipo è (sorpresa) un vecchio o un colletto blu di una città medio piccola in qualche prefettura dell’honshu. Ma tipico o no, il salaryman di fatto una rivoluzione l’ha portata a termie. Ha creato un mito. Il mito dello stipendio che s’invola, il mito del lavoratore urbano, il cittadino per antonomasia. E ha inoltre creato uno spostamento 1) di gente, dalla periferia alla città 2) del modello di famiglia, da patriarcale a nucleare (che non vuol dire esplosiva).

La vecchia famiglia patriarcale è basata sul cosiddetto "ie (家) system". Un complesso groviglio di relazioni di dipendenza, fedeltà, vincoli, eredità e alleanze. Al di là della complessità per ciò che concerne matrimoni, discendenze e lignaggi, ciò che rendeva il sistema tradizionale sostenibile e riproducibile per la terza età era la sua imprescindibilità. La moglie del primogenito maschio, la yome, era destinata ad ereditare il nome della famiglia ospite e al tempo stesso il fardello dei genitori del marito. La yome era responsabile delle loro cure fino alla loro morte, momento nel quale sarebbe finalmente diventata capofamiglia a tutti gli effetti (sempre all’ombra del marito ovviamente, ma comunque una presenza assai meno opprimente del dominio dei vecchi).

Oggi le cose si complicano. Il primogenito maschio è generalmente anche l’unicogenito e lo stesso vale per la consorte, che certamente non potrà essere responsabile sia per i propri genitori che per quelli del marito. Eppure queste sono le aspettative. E le donne allora che fanno? Semplice, non si sposano più. Nelle aree urbane l’età media per il matrimonio si aggira su i 32 anni per le donne e i 34 anni per gli uomini mentre nelle aree rurali è anticipata di almeno una decade. Ovviamente questa non è la sola ragione per matrimoni ritardati in città, ma di certo dal punto di vista delle sofisticate donne urbane il matrimonio perde una discreta parte della sua appetibilità. Il Giappone si sa, è un paese sessista. E cioè un paese dove le discriminazioni tra uomo e donna persistono imperterrite pure peggio che da noi. E la cura degli anziani non fa eccezione; le stime indicano che ad oggi, circa l’ottanta percento di questi lavori è effettuato da donne.

Al di là del nuovo modello di famiglia urbana introdotto dagli anni sessanta, un grosso problema è inoltre rappresentato dalla rinnovata idea di vicinato. In Giappone, anche nelle città, il vicinato ha da sempre occupato un ruolo chiave per quanto riguarda l’educazione dei bambini, il supporto agli anziani, la sicurezza ecc. Oggi non più. I valori individualistici moderni hanno pressoché annullato il ruolo giocato dal vicinato e l’anziano è ora considerato non più parte della comunità, ma fardello privato della famiglia.
Chi sono i vecchi oggi? Emarginati, residuali alla vita, una terza età, di fatto un terzo mondo. Nascosti perché imbarazzanti i vecchi stessi hanno imparato a vergognarsi di sé stessi e, almeno in Giappone, a nutrire sempre meno speranze di poter spendere gli ultimi anni delle loro vite con i propri cari. Il vecchio samurai non vuole essere compatito, non vuole essere di peso. Meglio sparire, celato in qualche casa di riposo magari accudito da un super evangelion.

In Giapponese c’è un termine per indicare quella terribile esperienza che è la cura di un anziano da parte di un figlio unico: kaigojigoku (介護地獄), ovvero "l’inferno della cura dei vecchi". I casi di violenza su anziani sono andati crescendo costantemente negli ultimi decenni proprio per l’impossibilità da parte di individui soli di affrontare situazioni di questo tipo. E ciò è comprensibile. Quando scompare la famiglia allargata e poi scompare anche il sociale, la vecchia non può che apparire a tutti come un vero e proprio inferno. Il Governo Giapponese, per porre un freno al problema, ha persino approvato una legge per prevenire gli abusi, la “Law for the Prevention of Elderly Abuse and Support” del 2005. Neanche a dirlo, il problema non si risolve a colpi di leggi perché le sue radici sono altrove, e cioè nella struttura sociale.

Di pensioni non parlo neanche. Tanto si sa che non va mai bene niente.
Di robot per vecchi invece parlerò più approfonditamente perché si dà il caso che questo sia tra i miei soggetti preferiti nonché progetto di tesi di laurea^^

Concludo con un aneddoto. Nell’antico giappone cosa si faceva coi vecchi? Di certo erano più rispettati di oggi. Anzi, erano di fatto la saggezza incarnata. Basta guardare un film di Kurosawa per farsi un’idea del ruolo comunitario giocato degli anziani, i capivillaggio. Ma cosa accadeva quando il vecchio iniziava a perdere qualche rotella? Una volta si viveva di meno ma casi di demenza senile non erano del tutto assenti. Beh, la soluzione è pratica quanto barbara. Il nonno veniva portato nel bosco, veniva scavata una buca abbastanza profonda perché non potesse uscirne, e veniva abbandonato lì con un po’ di sake e qualche onigiri. Sayonara ojiisan!

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